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sabato 6 marzo 2010

GIOVANNI PASCOLI - NEVICATA

NEVICATA

(Giovanni Pascoli, dalla 3° edizione di Myricae)

Nevica: l’aria brulica di bianco;
la terra è bianca, neve sopra neve;
gemono gli olmi a un lungo mugghio stanco:
cade del bianco sopra un tonfo lieve.

E le ventate soffiano di schianto
E per le vie mulina la bufera:
passano bimbi: un balbettìo di pianto;
passa una madre: passa una preghiera.

Una breve lirica, composta da due quartine di endecasillabi a rima alternata, che tratta un argomento familiare al poeta: una nevicata. Come spesso accade,
Pascoli parte dall’osservazione attenta della natura che lo circonda e descrive un’esperienza comune agli abitanti delle sue terre, osservandola nei dettagli, con l’occhio attento del “fanciullino” che sa cogliere con precisione e quasi con stupore i particolari visivi e sonori del paesaggio.
Così l’occhio si accorge prima della neve che sta scendendo dal cielo, con fiocchi fitti (“l’aria brulica di bianco”), poi scende verso il suolo, dove “la terra è bianca” e cade “neve sopra neve”; poi, ancora si sposta a guardare gli olmi (non alberi qualsiasi, generici, ma ben identificati dall’esperienza contadina del poeta), che sembrano emettere un lungo suono sotto il peso della neve, mentre dai loro rami ormai troppo carichi ne cade qualche mucchietto, “con un tonfo lieve”.
Ed ecco si alza il vento e crea con i fiocchi dei mulinelli lungo le strade, che improvvisamente non sono più deserte, perchè passano alcuni bambini, quasi piangendo, insieme alla madre, mentre si sente una voce che recita una preghiera.
Questa la scena descritta: una giornata d’inverno in campagna. Ma le immagini nascondono, o meglio svelano, un significato più profondo, che si comprende osservando innanzi tutto il colore dominante, il bianco; non solo la neve è bianca ed imbianca il paesaggio, ma il colore sembra penetrare le cose, diventarne una proprietà intrinseca: così la terra è bianca, l’aria brulica di bianco, è il bianco (e non la neve) che cade dai rami degli alberi.
Nel linguaggio poetico di Pascoli, il bianco è il colore della pace e insieme della morte, come risulta evidente da altre liriche, in cui il candore è attribuito, di volta in volta, agli abiti o ai visi dei morti. Dunque la prima strofa ci mostra un mondo avvolto in un manto di morte, per il quale, non a caso, gli olmi “gemono”.
Nella seconda strofa il colore è, per così dire, sottinteso, mentre l’immagine si fa più movimentata: il vento, il mulinare, la bufera e persone che, tra le intemperie, passano. Il verbo usato è significativo: non vanno, non hanno una meta, non seguono una direzione, ma semplicemente “passano” attraverso la bufera; possiamo quindi pensare che il “passare” sia il verbo della caducità dell’uomo, per la quale ognuno di noi passa attraverso la breve bufera della vita, che ci conduce alla morte, dalla quale, peraltro, il paesaggio è avvolto. Torna infatti in questi versi il pianto dei bambini e la preghiera, che in Pascoli accompagna i morti o il loro ricordo. E se leggiamo la lirica in questo modo, ci accorgiamo che, in realtà, non a passare non sono dei bimbi con la loro mamma (ci sarebbe una scena familiare, un qualche conforto), ma genericamente “bimbi” e una “madre”: come a dire che ognuno muore, perfino coloro di cui, più di altri, ci dispiace la morte; non possiamo non cogliere anche un riferimento biografico alla madre e ai bimbi che sono morti nella famiglia del poeta.
Come sempre, una delle figure retoriche che Pascoli ama, l’onomatopea, torna anche qui, in modo forse più discreto ma non meno efficace che altrove: possiamo sentire il sibilo in “le ventate soffiano di schianto” con i suoni v,f,s, così come la voce lamentosa degli olmi nella ripetizione delle “g”, mentre nel finale le “p” sembrano i passi felpati dei passanti sulla neve, sottolineati anche dalle anafore della seconda strofa (e... e... passano... passa... passa...).

2 commenti:

Anonimo ha detto...

leggere l'intero blog, pretty good

Anonimo ha detto...

meraviglio